Stai Zitta Logo

WHAT’S IN MY BAG? A KNIFE!

By DENISE TSHIMANGA

. In GOSSIP

Un tempo, quando piangere di nascosto in bagno era la mia skincare routine e i coltelli non li usavo per tagliare la verdura ma i polsi, tutto quello che volevo dagli altri era comprensione. Volevo essere capita dai miei amici, volevo che mi accogliessero nelle loro braccia senza giudicarmi, e che capissero il dolore che provavo anche se non era uguale al loro.

 

 

Volevo tutte queste cose dalle persone che mi stavano vicino, ma non parlavo a nessuno di quell’ingombrante e lurido problema chiamato depressione. Mi aspettavo di ricevere delle cose che nessuno ti regala, specialmente se fai il gioco del silenzio. Ma io non ne parlavo con nessuno. Non ne parlavo con nessuno perché mi vergognavo. Chi è che va in giro a dire ai propri amici “ieri ho pianto per l’ennesima volta in bagno e poi mi sono fatta un bel taglio sul polso e a volte mi chiedo come faccio a fare quello che faccio con così tanta nonchalance neanche fossi Meredith Grey durante un intervento, non mi faccio la doccia da giorni, mi sentirò così per sempre, tu come stai?”.

 

La conversazione diventerebbe un tantino insostenibile.

 

Quindi, anche se io ero completamente andata, non lo dicevo a nessuno. Mi nascondevo in bagno per poter piangere senza essere assalita dai miei, nascondevo i miei pensieri in un diario (quelli peggiori li lasciavo fluttuare nella mia testa perché erano troppo brutti da buttare fuori), nascondevo un coltello nella trousse dove tenevo gli smalti, nascondevo il mio problema col cibo con un “non ho fame/ho già mangiato”, e nascondevo i tagli col mio orologio Swatch (che fine hanno fatto?) e un paio di volte col trucco.

 

Tutto questo perché provavo un grandissimo e devastante senso di vergogna. Perché la gente ha paura di queste cose. Non ne vuole sentir parlare. Si stupisce e si chiede come ti sei azzardato a rispondere che stai male ad un “come va?”.  Le confessioni come questa vengono prese come degli atteggiamenti esagerati e sopra le righe, fatti per prendere un po’ di attenzione. Ma non è questo il caso, le attenzioni le cerco solo il venerdì sera, tranquilli.

 

Depressione e ansia sono parole impronunciabili. E io vi capisco, perché parlare di queste cose è scomodo. Vi fa sentire a disagio, inadeguati, col fiato sul collo. Viene voglia di guardare dall’altra parte. Come quando vedete una ragazza anoressica attraversare la strada, un barbone che parla da solo, un tossico che bazzica in Stazione Centrale. Guardate da un’altra parte, dopo aver fissato queste persone per bene però. Poi, in uno stato di disgusto e confusione, continuate a camminare.

 

 

Lo so, è così, diciamolo. Anch’io lo faccio. Ed eccomi qui un’altra volta a usare i miei comportamenti di merda per dare una lezione: quelle persone che guardate con disapprovo e pietà, si fanno già schifo da sole. Non hanno bisogno di input. Si svegliano la mattina dopo aver passato la notte insonne per colpa dell’ansia, o della droga, o degli allenamenti notturni fatti in sordina e dopo aver passato cinque minuti a letto sperando di rimanerci altre dieci ore, si alzano e iniziano la loro giornata.

 

Si odiano quando si guardano allo specchio, quando parlano, quando ricascano nelle stesse abitudini che prima o poi li ammazzeranno; insomma avete capito. Nessuno di noi è fiero di avere un problema del genere okay?

 

E non è la fierezza ciò di cui abbiamo bisogno. Quello che cercavo quando stavo male, siccome sono ossessionata dalle riviste da quando sono bambina, erano articoli. Leggevo articoli su articoli di gente che scriveva dei suoi problemi in maniera trasparente e brutale. E sì quelle storie erano davvero scomode, ma erano vere. Si parlava della vita delle persone. Cat Marnell scriveva di quanto fosse fatta di Adderall sul posto di lavoro, di quanto si sentisse sola e intrappolata in quella condizione e di quanto a volte le piacesse sentirsi così. Io passavo ore ad ascoltare  Soda e Miss Camaraderie di Azealia Banks, mentre leggevo per l’ennesima volta gli articoli di Cat e quelli di So Sad Today. Non ero rinata, ma non ero più sola.

 

Io nascondevo la mia depressione persino a me stessa  – anche se “vorrei buttarmi dal balcone di camera mia però non morirei mi farei soltanto molto male, peccato, io voglio morire” non è esattamente un pensiero roseo. Quelle donne non nascondevano niente. Mettevano la loro verità in quegli articoli, e poi la davano in pasto al mondo, senza voler ricevere niente in cambio. Erano coraggiose. Io nel frattempo non uscivo di casa e se lo facevo pregavo Satana di non farmi incontrare nessuno dei miei vecchi bulletti delle medie perché l’ansia mi mangiava dentro non facendomi dormire, e convincendomi che il mondo intero mi detestasse e che sarei potuta morire da un momento all’altro. Coraggio DOVE.

 

Quello che voglio dire è: non abbiate paura di far sentire gli altri a disagio con le vostre esperienze, i vostri pensieri, la vostra vita. Veramente, è una battaglia persa. Raccontatevi così come siete. Guardate che io quattro mesi fa avevo la nausea mentre il mio insegnante di scrittura creativa leggeva ad alta voce un mio testo che parlava di ansia, depressione e di quanto mi odiassi. Si possono fare passi da gigante. Tipo ora non mi viene da vomitare. Anche se l’ansiella di ricevere commenti da estranei e messaggi da amici e familiari pieni di emoji cesse, c’è. Ma si va avanti, come Britney Spears nel 2007.

 

 

Si raccontano storie come queste perché c’è sempre qualcuno da qualche parte, che ne ha un disperato bisogno. Avete bisogno delle storie di Emanuel, della Gallina Sgualdrina, della Queen Tea. Io sicuramente ne ho bisogno visto che a sedici anni, quando ero nel bel mezzo della mia pazzia, le ho inviato un email piagnucolando sul fatto che volessi vedere i miei articoli pubblicati da qualche parte. Ora ho 20 anni, non sono messa così male come prima, e scrivo per Tea.

 

Stay Alive Troie. Ne vale veramente la pena.

Comments