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Se Ren Hang Non C’è Più

By DELIA SIMONETTI

. In COOLTURA

Quando improvvisamente leggiamo che è morto un grande artista, e poi scopriamo che probabilmente è morto suicida, arrivano sempre due grandi domande: “Come mai?” e “E Adesso?” Non ho mai particolarmente apprezzato che si parlasse di Ren Hang come del “fotografo arrestato”, perché quel che è certo è che Ren Hang non voleva fare scalpore e non voleva che il suo lavoro venisse politicizzato, semplicemente perché non nasceva come un gesto di ribellione.

 

 

Il nudo, se poi sfiora i limiti dell’erotismo e della pornografia, viene continuamente distorto nel suo significato, così che tutti i fotografi di nudo finiscono per venir mescolati assieme in un grande calderone, arrivando a mettere Terry Richardson e Ren Hang sullo stesso piano. Ren Hang aveva un temperamento timido, ma quando parlava era spiazzante.

 

 

Con due parole ti diceva quello che tante altre persone non sarebbero riuscite a dire in mezz’ora d’intervista. “Fotografo per riempire il vuoto che ho nel cuore.” “Fotografo perché quando fotografo sono felice.”

 

 

C’è una semplicità ed una purezza nei nudi coreografici, crudi, bianchissimi, incastonati, geometrici di Ren Hang che lo rendono uno degli artisti più validi che abbiamo avuto negli ultimi anni. Fuori dai calcoli, fuori dalla pianificazione, Ren era un fotografo puro come le immagini che scattava, qualcuno che scatta fotografie per sopravvivere, per il momento, proprio quel momento lì.

 

 

Quello che rende Ren Hang Ren Hang è forse quel punto in mezzo tra la ferocia e la purezza, tra lo sgraziato e la grazia quasi angelica, eterna, poco raccontabile. Un punto quasi aulico, che grazie al suo talento riusciva a cogliere con una precisione estrema, ma mai matematica. E se sulla domanda “Come mai?” non ha senso accanirsi, alla domanda “E adesso?” invece possiamo dare una risposta: compriamo i suoi libri, guardiamo le sue immagini, facciamoci tradurre da un amico le sue poesie, cerchiamo di leggere attentamente quelle sue parole sulla depressione, che ricordano quasi quelle dell’outsider de “L’Inferno” di Henri Barbusse, quelle sensazioni tanto spiacevoli e scomode quanto comuni di cui non bisogna parlare, quelle che “Ma come sei depresso? Sembri sempre così felice!” – come racconta Ren Hang nell’ultima parte di “My Depression”.

 

 

Guardiamo il baratro e facciamo le cose che lo riempiono e che ci rendono felici.

 

Ciao Ren, e un grazie davvero immenso.