Stai Zitta Logo

LAST NIGHT A MOVIE SAVED MY LIFE

By EMANUEL AMABILIS

. In COOLTURA

Ammettiamolo: da quando esiste NETFLIX nessuno guarda più i film. Ci prefissiamo un sabato sera di Netflix & Chill col tipo conosciuto il sabato prima al Glitter, ma ogni volta finiamo col passare i primi venticinque minuti scorrendo tutte le serie che NON ci piacciono e finiamo direttamente con la lingua in bocca al tipo invitato allo slumber-movie-party. Se scorriamo la home da #sole finiamo col piangere pensando alla sospensione di Sense 8 e bestemmiamo all’annunciata seconda stagione di 13 Reasons Why. Sì, #HannahBakerèunatroia sta tornando.

 

Netflix And Chill GIF - Find & Share on GIPHY

Tutti abbiamo dei film speciali che riguardiamo sempre con piacere, film che rivediamo per la millesima volta tirando occhiatacce alle nostre amiche fag hag che, invece di tenere lo sguardo incollato allo schermo come noi, chattano con l’ennesimo etero confuso trovato su Tinder.
Siamo legati a questi film perché ci hanno emozionati, insegnato qualcosa o più semplicemente perché ci rivediamo nella trama, spesso squallida.
I miei sono questi:

 

Correndo con le forbici in mano: (Running with Scissors) è un film del 2006 diretto da Ryan Murphy (sì, quello di Scream Queens e American Horror Story) tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Augusten Burroughs, uno dei miei scrittori preferiti. Amo questo film perchè mi ricorda la mia vita anche se ci sono sostanziali differenze (per fortuna): i miei sono separati ma mio padre non è un alcolizzato -anche se qualche volta mamma l’ha fatto dormire sul divano- e mia madre non prende psicofarmaci. Nel film il protagonista passa dalla fase fanciullesca a quella adolescenziale fino alla fase adulta, passando per l’assoluto distacco emotivo, l’insicurezza giovanile e la scoperta della propria omosessualità. Quello che vuole analizzare il film è il rapporto madre-figlio, il senso di abbandono e l’accettazione della solitudine. Il rapporto che ho con mia madre è speciale, mia madre è la mia migliore amica, non siamo al livello delle Gilmore Girls (grazie a dio) ma ci diciamo tutto. Certo, magari evito di raccontarle quali e quante droghe ho preso al mio ultimo festino, ma se passo una bella serata con le mie amichette mamma lo capisce al volo e mi ricorda sempre di bere molta acqua ;). La cosa davvero buffa è che anche se ho bloccato mia madre su ogni social presente sul pianeta lei è la prima a leggere i miei articoli su Stai Zitta. Grazie mamy ♥️

 

Party Monster: è un film del 2003 che racconta il tragico successo di Michael Alig. Da poco trasferitosi nella Grande Mela, Michael diventa il più famoso organizzatore di feste notturne nella scena underground newyorkese degli anni novanta: un mondo fatto di feste alla moda, droghe e ambiguità sessuale. Non credo vi serva un’analisi semiotica di questo film, siamo tutti un po’ Club Kid, no? E vi ho già detto come passare da verginelle sfigate a popolari mangiatrici di uomini. Ovviamente la scalata sociale prevede un periodo festaiolo da pr (sì, vero, è sempre un gran sacrificio avere tanti free drink da distribuire in giro per essere ben voluti dai vostri “amici” senza poterli nascondere e berli da soli nel bagno dopo aver visto quello stronzo del vostro ex limonarsi una matricola NABA sul cubo, ma anche quello è necessario). La mia fase pr per le serate al PopstarZ la ricordo come il mio periodo milanese più hardcore: ero giovane, bella, magra e l’hangover mi durava meno di mezza giornata. All’apice della mia popolarità come P.R feci più di 300 euro solo di ingressi, soldi che dilapidai andando a spassarmela col mio puntello di Roma. Droga, sesso, after -non esattamente in quest’ordine- e tanti outfit che ormai non posso più rivendere nemmeno su Depop per le chiazze di -sangue- vino; ovviamente farò la fine di James St. James, ovvero mi ridurrò a fare tutorial di make-up bruttissimi su YouTube a sessant’anni, sbronzo, e riderò per qualsiasi cosa perché ormai la droga e l’alcool avranno totalmente devastato le mie cellule cerebrali. Probabilmente finirò anche col farmi la pipì addosso durante le dirette Instagram, ma chissene, tanto ormai sarò famosa!

 

The Rocky Horror Picture Show: Okay, questo non è un film ma un musical, anzi, IL musical. Come ogni stereotipo che si rispetti, se sei gay devi aver avuto almeno un poster del Rocky Horror in camera, devi sapere tutti i passi del Time Warp e devi esserti fatto sgamare almeno una volta mettendo il rossetto di tua madre per impersonare Frank-N-Furter. Per chi non lo sapesse, qualche anno fa le matricole NABA dovevano preparare, per l’esame di fine anno, dei costumi e una coreografia di gruppo (sì, potete cercarlo su YouTube e vedermi sculettare in body). L’anno in cui mi esibii io l’Accademia collaborava con la 26° edizione del Festival Mix Milano e, col mio gruppetto di compagni di corso, mi trovai a fare Vogueing sulla piazza del Piccolo teatro in Brera. Per trovare il coraggio di esibirci davanti alle famiglie dei nostri compagni di corso comprammo del coraggio liquido (vodka) prima dello spettacolo: io mi tirai via i pantaloni come in Magic Mike e, finita la performance, vomitai sul tram 9 fino a casa. Non ci fu nessun Rocky per me, una mia amica si scheggiò gli incisivi sul selciato dopo una tentata death-drop e non abbiamo nemmeno vinto, ma Diego di Radio Dj ,che faceva il giudice, mi disse che mi vesto da dio e il mio gruppo arrivò al secondo posto. Son soddisfazioni.

 

Titanic: pensavate che il mio spirito romantico fosse morto, sepolto sotto uno spesso strato di sarcasmo, cinismo e pesto senz’aglio? Beh sì, ma non del tutto, insomma, anch’io ho sempre sognato il grande amore della mia vita. Appena ricevuta la mail di congratulazioni per aver superato l’esame di ammissione in NABA sognavo ogni notte di correre nei corridoi del campus, in ritardo per la lezione di modah, di svoltare nel corridoio con i libri in mano e dare una testata all’uomo della mia vita. Mi avrebbe aiutato a raccogliere i libri, mi avrebbe chiesto il numero e saremmo finiti a pomiciare in caffetteria durante le ore buche, al tavolo dei ragazzi più cool della scuola. Non sapete che delusione, una volta arrivato in accademia, scoprire che c’erano solo scale e zero corridoi. Come avrebbe fatto il futuro padre dei miei figli a rompersi il naso sulla mia fronte larga innamorandosi perdutamente di me? Checcazzo. Sentivo le grandi speranze riposte nella NABA colare a picco come speronate da quel fottuto iceberg. Poi, ovviamente, c’era la questione “perché non ho compagni di corso maschi ma solo ragazze?” Ah, è vero, studio la modah. Qui ci sono solo cretine con brutte borse Michael Kors e capelli bruciati dalle troppe deco. I ragazzi gay vanno al Politecnico. Mannaggia. Magari provare a cambiare classe e, invece di circondarmi di ricche borghesi, ballare nella stiva con i fattoni di graphic design che si facevano le canne nel giardino interno dell’accademia o, magari, approcciare gli sfigati nerd di media design? Okay, effettivamente il mio primo (e unico) frequentate NABA faceva Media e, anche se ora è un “famoso” youtuber emaciato (ciao Matteo), ai tempi non era esattamente il mio tipo ideale -però baciava bene ed io ero tanto #sola -. Mi ha pisciato a metà del primo semestre e non abbiamo nemmeno scopato. Già allora avevo capito che la mia vita amorosa sarebbe stata un lento sprofondare e, come se non bastasse, stavo iniziando a lievitare come quella vacca di Kate Winslet. Cazzo Rose, se fossi stata magra Leo si sarebbe salvato.

 

Salò o le 120 giornate di Sodoma: Mean Girls o Legally Blonde tra i miei film prefe? Il trash è bellissimo, ma anche il concetto conta. Questa perla del ‘75 è l’ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini. Idealmente avrebbe dovuto far parte della Trilogia della morte del maestro Pasolini, ecc. ecc. Sicuramente molti di voi non l’avranno visto, quindi non voglio farvi spoiler, anche se il collegamento tra me e questo film è relativamente facile: iniziare facendosi sodomizzare da giovani, trascorrere la vita mangiando merda e morire male.

 

Stay Classy. Stay Zitta.