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I DON’T TRUST STRAIGHT MALE PHOTOGRAPHERS (AND NEITHER SHOULD YOU)

By EVA COLLÉ

. In GOSSIP

Il mio primo approccio ai social network avvenne tramite Netlog. Netlog era un covo di 15enni e… Pedofili. Io ero una quindicenne che come tutte quelle che sono state quindicenni tra il 2007 e il 2010 voleva diventare fotografa, ed ero anche bianca, magra e alta, per cui “materiale da modella”. Immancabilmente fotografi amatoriali sulla quarantina mi approcciavano per offrirmi unsolicited advices sui miei scatti e mansplaining, che al tempo scambiavo per genuino interesse per la mia arte, non mi rendevo conto che ognuno di loro fosse un predatore sessuale a tutti gli effetti.

 

 

 

La prima volta che posai come modella fu con la scusa di avere la possibilità di partecipare a un corso per fotografi professionisti al quale non sarei potuta entrare se non come, appunto, modella; fortunatamente mio padre, prima di lasciarmi andare, volle conoscere il fotografo che teneva il corso, il quale inaspettatamente accettò – probabilmente sperando che abbassassi la guardia, vedendolo bendisposto – il corso fu interessante e non successe nulla di negativo, se non fosse che questo fotografo poco dopo scomparve da Netlog e venni a sapere da fonti certe che era stato arrestato per pedofilia.

 

Appena i primi miei scatti da modella comparvero in rete, complice l’avvento di Facebook, cominciai a ricevere sempre più proposte dello stesso genere, “vieni nel mio studio, ti insegno ad usare l’attrezzatura, ho una Canon 1D, in cambio mi piacerebbe scattarti qualche foto”…

 

Finii a scattare con il fotografo più rinomato della zona che, la prima volta che ci vedemmo, mentre avevo gli occhi chiusi per uno scatto, si avvicinò e mi stampò un bacio. Io feci “eheh”, e mi allontanai un pochino, e questo si scusò e si mise a dirmi che non gli era mai successo di innamorarsi di una modella, che io ero speciale, che blablabla. E mi offrì uno stage nel suo studio, durante l’estate, quando sarebbe finita la scuola. Io accettai perché avevo già girato l’intera città in cerca di un lavoro come assistente (non mi aspettavo di essere pagata, volevo solo imparare) e non avevo ricevuto alcuna risposta positiva.

 

Chiaramente, ogni volta che mi trovavo nel suo studio, lui tentava di baciarmi, mettermi le mani nelle mutande eccetera, minacciandomi di non chiamarmi più e di smettere di aiutarmi a trovare lavori come modella con i suoi clienti, i quali erano il mio unico sostentamento dato che la mia famiglia non mi supportava economicamente, e io pensavo che quello fosse semplicemente il prezzo da pagare per poter lavorare nell’ambiente della fotografia, siccome non avevo mai fatto esperienze in un posto di lavoro dove il capo non mi facesse avances più o meno esplicite. Anche al Museo Nazionale Bavarese a Monaco, dove a 17 anni feci un altro stage, il fotografo responsabile adulto si fece una storia con me, minorenne.

 

 

Purtroppo ci misi ancora un paio d’anni a prendere la decisione di non scoparmi più nessun uomo disgustoso se non per soldi, sono diventata sex worker solo a 19 anni. Mille altre volte fotografi in rete mi hanno invitata a posare durante la mia adolescenza, io mi sentivo lusingata e credevo che le foto mi avrebbero fatto pubblicità, che avrei trovato più lavoro come freelancer (non mi piaceva l’idea di lavorare per un’agenzia di moda, sapevo che trovarmi costantemente circondata da modelle sarebbe stato triggering in quanto soffro di EDNOS), ma la realtà è che sulle foto il mio nome non veniva mai menzionato, rimanevano semplicemente fapping material per pedofili.

 

Questi sexual predators fanno leva sull’insicurezza delle ragazzine, le complimentano, fanno loro promesse e, quando queste si ritrovano con le disgustose mani di questi ultimi addosso si discolpano, dicendo che avrebbero dovuto aspettarselo che un photoshoot sarebbe finito così, specialmente se hanno acconsentito a scatti di nudo, come se fosse parte del contratto, o perlomeno era così che io mi sentivo. Ancora oggi mi arrivano richieste per partecipare “al mio ultimo progetto sul corpo della donna”, “dai uno sguardo al mio sito”, e il sito è una collezione di culi tette e vagine di ragazzine magre e bianche, con l’occasionale dito in bocca o mano sul culo del fotografo. Tralasciando la tossicità dell’ essenzialismo di genere (woman = vagina, un concetto riduttivo e transmisogino), questi uomini hanno scelto la fotografia come “mezzo di espressione” semplicemente perché questa permetteva loro di mettere le mani addosso a più donne possibile senza affrontarne le conseguenze, infatti difficilmente hanno un budget, sperano di pagarti in visibilità, ma se si potesse morire di visibilità a questo punto io sarei morta.

 

Io non ci casco più, ma chissà quante giovani donne ancora lo stanno imparando the hard way. Beware of male photographers who only take pictures of vaginas. Beware of tutti quelli per cui una donna consiste unicamente nel suo corpo, beware of men in general.

 

 

(photos by Margherita Loba, non-creepy woman photographer!)

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