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“Ho fatto pipì con M¥SS KETA” — O delle difficoltà di portare le unghie finte.

By EMANUEL AMABILIS

. In GOSSIP

Il party per il lancio di STAI ZITTA è stato mercoledì scorso e io conservo ancora tanti ricordi bellissimi di quella sera. Tra questi ricordi, mio malgrado, conservo anche diversi residui di Super Attak sulle unghie, che mi ricordano ogni giorno quanto si debba soffrire per essere belle in drag. Personalmente, non credo esista qualcosa di più scomodo ma che ti faccia sentire così cool quanto le unghie finte — sì ok, lo dico solo perché non ho ancora provato i tampax imbevuti di alcol, ma è nella lista “Cose da fare prima di entrare nel Club dei 27”.

 

La prima cosa di cui ti accorgi quando hai un ruolo di responsabilità e contemporaneamente ti trovi ad avere le unghie finte è che sbloccare un iPhone diventa una specie di gioco di prestigio simile a uno di quei rituali voodoo per far innamorare immediatamente tutti i tuoi grindr con un solo tocco: grazie alla scomoda presenza di un’unghia, però, puoi scoprire le infinite potenzialità delle altre falangi, che di solito utilizziamo troppo poco, povere.

Immaginatevi la difficoltà che ho incontrato quando è arrivato il momento di andare in bagno da solo. Le drag, quelle vere, non bevono per tre ore prima di una performance, mentre noi ci siamo scolati una bottiglia di vino a testa prima di andare al Rocket.

 

 

 

 

Oltretutto, improvvisare un’uniforme da Kardashian senza tenere conto dell’ingombrante presenza di quelle unghie non è stata la migliore delle idee, perché certo, quel vestitino aderente che faceva risaltare il mio bubble butt, i tacchi alti, le calze e la sacrosanta panciera (NO, non uso la panciera tutti i giorni brutti stronzi, solo in drag per evidenziare di più il punto vita! Mh.) mi facevano sembrare qualcosa a metà tra Sofia Vergara e J-Lo, ma da un certo momento in poi tutto quello che indossavo è diventato un ostacolo insormontabile tra me e l’esigenza di svuotare la vescica, e sopra questo ostacolo c’erano le mie unghie finte che mi guardavano pregustandosi già tutte le difficoltà a cui mi avrebbero sottoposto.

 

Nel frattempo William non è che se la passasse meglio: se la mia scelta virava sul creolo, lui era un mix tra Lady GaGa pelosa e Yo-Landi Visser versione XXXXXL. Aveva questo abitino nero con sopra una mia pelliccia leopardata e si era ricavato degli stivaloni da zoccola da un paio di pantaloni di pelle tenuti su con della colla a caldo.

 

Ovviamente il primo stivale si è scollato appena svoltato l’angolo prima di arrivare al locale e in quel momento anche lui ha potuto sperimentare le gioie delle unghie finte rimanendo immobile, inerme, mentre due ragazze con le unghie corte gli rattoppavano quello che rimaneva dello stivale costruendogli una specie di palafitta di scotch sulla gamba — gamba che non sarebbe più stato in grado di piegare per il resto della serata.

 

E quindi eccoci alla porta, io e GaGa, lui che sembrava uscito da qualche film steampunk in cui non esiste altra tecnologia se non il nastro adesivo, io che cercavo di non morire dal freddo andando sotto al fungo a gas, ma poi mi ricordavo che sotto al fungo a gas mi si scioglieva il trucco e quindi tornavo in Siberia perché se devo morire voglio morire col trucco a posto.

 

Una volta stabilite le nostre postazioni, abbiamo iniziato a incontrare nuove difficoltà di avere le unghie finte. Ad esempio. Non pensate che sia facile farvi selfie, ogni volta che tentate di tenere in mano qualcosa che non sia della grandezza di un cocomero, le vostre unghie tenteranno di sabotare la presa e farlo cascare rovinosamente a terra. Ciao iPhone. O ancora, pensate sia semplice staccare i biglietti? È un’impresa che comporta circa sette minuti per ogni tentativo. Inizialmente pensavo che la gente in coda ci urlasse perché eravamo bone, in realtà era un coro di insulti per la nostra lentezza. Non parliamo poi della complessità di un gesto semplice come fare un timbro sul polso a qualcuno. Siete fortunati se i miei artigli vi hanno solo sfiorato anziché recidervi la vena mediana.

 

La parte veramente drammatica della serata, però, è stata quando la mia vescica ha deciso che era arrivata l’ora di esplodere. Come sapete, il mio complesso outfit era composto da circa una ventina di strati e le mie unghie finte mi rendevano impossibile anche un gesto di tutti i giorni come lo scrolling furioso di Instagram: immaginatevi quanto mi fosse impossibile pensare di poter urinare in autonomia.

 

Mentre scoppiavo in lacrime fuori dal bagno per tentare di far fuoriuscire liquidi da un luogo del mio corpo che non fosse ricoperto di vestiti, cercavo una faccia amica o una persona con cui avessi fatto sesso e che mi avesse già visto nudo per farmi aiutare, ero disperata. In quel momento quando ormai stavo per implodere arriva M¥SS KETA:

 

-Amo ti prego mi aiuti a fare pipì?! Non ce la faccio più!!

-Amo okay, vuoi che ti tenga la porta?
-Non esattamente.

 

Mentre io mi tenevo il vestitino sollevato, KETA mi sistemava tutti gli strati e mi tirava su il reggiseno imbottito di calzini di William che era ormai sceso allo livello della mia vecchia professoressa di matematica del liceo.

 

“Sai cosa significa questo? Che adesso siamo come sorelle,” mi ha detto. Credo sia stata la parte che preferisco della serata — questa e quando i buttafuori rumeni mi fissavano il culo.

 

Solo un’altra volta avevo fatto pipì in drag. Quella volta fortunatamente ero con due amici ubriachi, ma davvero ubriachi. Talmente ubriachi che uno esclama “Oh cazzo, ma Ema ha l’uccello. Me l’ero dimenticato…” (Ciao Giacomo sei adorabile quando sei piena <3 )

 

 

In conclusione, vorrei mandare un pensiero di solidarietà a tutte le drag che si trovano nella scomoda situazione di dover fare qualcosa oltre che essere semplicemente splendide. Ora capisco perché di solito la drag fa la drag e basta, non fa mai la drag e un altro lavoro contemporaneamente: perché travestirsi è già di per sé un lavoraccio, ed è faticoso tanto quanto stare alla porta di un locale senza unghie finte. Quindi massimo rispetto a tutte le drag del mondo e alle loro preziose falangi.

 

È stata davvero una serata speciale, vorrei ringraziare tutti ma in realtà ringrazio solo le giunture delle mie caviglie per non aver ceduto 8 ore sui tacchi e i buttafuori rumeni del Rocket per avermi fatta sentire una vera smandrappata.

 

Stay Classy. Stay zitta.