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CIARLA

By EMANUEL AMABILIS

. In COOLTURA

 

Uno dei pochi incontri ravvicinati che ho avuto con Andrea è stato sul dance floor del Glitter quando, con una piroetta che avrebbe potuto farmi passare il resto della vita in stato vegetativo, gli ho fatto cadere il drink addosso. Indossava una maglietta bianca, io ero deliziato dallo spettacolo da Mister Maglietta Bagnata 2018 ma, al contempo, inorridito per la quantità di alcol (oltretutto non mio) andato perduto per sempre. Andrea è stato così gentile da non mandarmi a quel paese e ha accettato quest’intervista non proprio polish, diciamo un po’ appiccicaticcia, come la colla a caldo che usa Ciarlatano nelle sue opere (e un po’ come le piastrelle appiccicaticce di vodka del Glitter Club).

 

Andrea è un artista che bla bla bla, premio Momu bla bla bla, premio Yoox bla bla bla, esposizione al Boijmans, Moma, collaborazione col genio Walter Van Beirendonck, esposizione in Triennale ecc ecc, ma avete visto quei pettorali?!

 

Ciarlatano è un’opera d’arte mobile, non solo perché sembra scolpito nel marmo, ma perché la sua arte è fusione di materiali, immaginazione e la fisicità di Andrea stesso (o i modelli che prende sotto la sua ala muscolosa da mecenate). Troppo autoreferenziale Assolutamente ego-riferito, pensa qualcuno. Ma Ciarlatano non è solo un prestante pezzo di manzo. Andrea è un artista Queer completo che esprime al massimo la sua arte tramite visual-performance. Quando Andrea performa prende il nome di CIARLA. Per l’appunto la versione “concetto-queer-artistico” di Andrea. Ma capiamo meglio chi è CIARLA e, come potete vedere dalle sue Instagram stories, perché è così ossessionato dalle uova:

 

 

SZ: Ciao CIARLA! Perché hai scelto come nome d’arte “Ciarlatano”? Ti senti più un bugiardo o un poeta romantico?

 

C: Mi sono dato questo titolo perché’ cosi’ l’imbroglio e’ annunciato fin dall’inizio. E quindi non sono un bugiardo. Pero’ non posso neanche essere completamente onesto, altrimenti non mi chiamerei Ciarlatano. Quindi sta a voi decidere. Noi crediamo di vivere in un mondo di certezze, e invece esiste solo ciò’ che vogliamo vedere. Diamo etichette alle cose, e cosi’ facendo ci precludiamo un mondo. Puoi comprare un computer, e lo devi cambiare ogni due anni, oppure puoi comprare un aggeggio che non funziona, e non lo dovrai mai cambiare, perché’ il suo non funzionamento e’ garantito per sempre.

 

SZ: Come definisci la tua arte?

 

C: Un misto tra Bauhaus e FisherPrice. Musica da nessun luogo. Qualcuno che fa qualcosa.

 

 

SZ: Perché la scelta di materiali così semplici, quasi elementari?

 

C: Il punto e’ che devi fare con ciò’ che hai. Se ti abitui a lavorare in questa maniera, sarai sempre libero, e non ti mancherà’ mai niente. Se hai dei colori, dipingi. Se hai uno scalpello, scalpella. Se non hai niente, fai un gesto. Se non hai un gesto, usa una parola. Solo chi non ha creatività’ deve cercare idee. Io ho degli oggetti, a volte li metto uno sull’altro, a volte in testa. Attraverso questo semplice gesto, si crea uno spazio, si crea un linguaggio, e quello che prima non c’era, adesso c’e’.

 

SZ: Una parte dei tuoi affìcionados ti segue perché, quasi ogni mattina, posti Instagram stories di te che fai i 5 tibetani in Speedo, tralasciando la tua Arte: questo, come artista, come ti fa sentire? E a livello umano?

 

C: Risposta breve: mi fa sentire molto vanesio, e più cuoricini ricevo più mi gonfio come un pavone. Instagram mi ha anche regalato delle bellissime scopate. Risposta cool: la palestra è il luogo dei VERI ciarlatani, se vuoi chiacchierare e bere grandi frullati va benissimo ma se vuoi davvero fare esercizio ti bastano due sedie, un tavolo e ovviamente il tuo corpo. E il bello di allenarsi a casa è proprio che puoi stare nudo. Non conosco questi cinque tibetani (amici tuoi? studiano alla Marangoni?) ma io faccio bodyweight – ti do’ una lezione se vuoi! – si tratta di usare il tuo corpo per allenare i muscoli, fare con ciò che hai (di nuovo!) tipo il barone di Munchausen che si solleva per i capelli. E io non avendo capelli faccio la verticale.

 

 

SZ: Solitamente sei tu stesso l’opera d’arte: ti reputi egocentrico/ego-riferito?

 

C: Assolutamente si! Creare vuol dire mettere al mondo qualcosa, e quindi quella cosa va vissuta in prima persona. Un artista esprime ciò’ che vede e che sente – e quindi si deve mettere al centro del proprio universo. Io sono il primo a volere sapere di che cosa sappia – ad esempio – l’arancione, quanto ruvida sia una corda, e quanto leggera sia la carta, altrimenti non saprei cosa creare. Sono terribilmente curioso e vorace – ma almeno avrò qualcosa da raccontare ai nipotini.

 

SZ: Come e quando è nato Ciarla?

 

C: Ciarla è sempre stato, ma ho imparato a conoscerlo poco a poco. Andrea è studiato, Ciarla è primitivo. Andrea è metodico, Ciarla è spontaneo. Andrea cerca idee, Ciarla cerca cappelli. Andrea è la parte sinistra del cervello, Ciarla non sa neanche cosa siano destra e sinistra. In passato censuravo Ciarla più spesso – it’s complicated! – adesso ci convivo felicemente, anzi siamo una coppia aperta.

 

SZ: Spesso prendi delle opere già esistenti come base di riferimento per una rivisitazione in “chiave Ciarla”, hai un artista preferito? Da chi sei stato maggiormente influenzato?

 

C: A piccolo conoscevo l’arte italiana, in Belgio ho conosciuto l’arte concettuale, in California ho conosciuto l’arte queer. Mi affascinano gli artisti cosiddetti non professionisti (ma se l’arte è una professione, non sei più un artista giusto?) ad esempio Ferdinand Cheval (che faceva il postino), Henri Rousseau (che faceva il doganiere), gli artisti di Creative Growth a San Francisco, (come William Scott). Oppure quelli che fanno altro: gli architetti che non costruiscono (tipo Archizoom), i pittori che non dipingono (tipo Lucio Fontana), gli scultori che non scolpiscono (tipo Roman Signer).

 

 

SZ: Parlaci della tua mostra, CLUTTER.

 

C: CLUTTER è la prima mostra che faccio con Ciarla, ma ci saranno anche molti altri lavori oltre ai suoi ritratti. Il titolo significa ciarpame, cose alla rinfusa, ma in realtà la mostra propone un metodo e un mondo – sotto forma di workshop, performance, immagini ed oggetti. È un progetto in cui il pubblico è invitato a partecipare, non a starsene zitto con un bicchiere in mano, e per questo per l’inaugurazione del 17 giugno ho lavorato assieme ai ragazzi di Eurocrash (Stefano Protopapa e Gabriele Marozzi), che hanno un’energia fantastica. Insieme a loro, e a molti altri, abbiamo messo insieme un evento senza definizioni. Una performance, un workshop, o semplicemente uno spazio creativo.

 

SZ: Sei consapevole di essere un manzo certificato d.o.c.? Pensi che questo influenzi in qualche modo il tipo di pubblico che ti segue o giochi un qualche tipo di ruolo nella tua arte?

 

C: Sono a mio agio nel mercato della carne quanto in quello dell’arte. Almeno la carne la condividiamo tutti. Di manzo, di pollo o di vitello. Alcuni anche di mucca. Le dark room sono un posto democratico – da nudi siamo più uguali. Alcuni hanno i peli, altri no. Alcuni hanno forme semplici, altri hanno forme complicate. Ma almeno queste sono cose reali! Quello che non è reale sono le quotazioni di mercato, i bla bla (grazie per la tua bio! posso renderla la mia bio ufficiale?), i loghi (= stupidaggine), le strategie di marketing. Quindi ben venga qualsiasi pubblico – a parte gli stronzi, che invece mi mettono tristezza.

 

 

SZ: Una domanda Queer per te che non ha a che fare con l’arte, cosa ne pensi del “Masc x Masc”?

 

C: Io sono cresciuto in un universo molto maschile – da ragazzo ho perso mia mamma, e sono stato cresciuto da mio papa’; Walter è stato un mio importantissimo mentore; i miei fidanzati sono stati i miei migliori amici, quelli con cui sono cresciuto. Quindi nell’universo maschile io vedo il prendersi cura degli altri, il dare a chi ha bisogno, il sapere ascoltare. Ho invece l’impressione che nel mondo gay “masc 4 masc” vuol dire solo che sei un po’ stronzo, e che non sai ballare.

 

SZ: E adesso la domanda fondamentale, quella più profonda e sincera. Perché ti piacciono tanto le uova?

 

C: Sai che me lo sono chiesto molte volte? Ma perché, non piacciono a tutti? L’uovo è perfetto. L’uovo è ordinato. L’uovo è potenza pura. La gallina è rumorosa, distratta, l’uovo invece è concentrato, ha già tutto ciò che serve. Tra l’uovo e la gallina, io voglio essere l’uovo. Potrete trovare Ciarla e la sua ultima fatica CLUTTER in esposizione nella Galleria Salvatore Lanteri in Via Giulio e Corrado Venini 85, Milano dal 17 al 30 giugno.

 

 

Stay Classy. Stay Zitta.

 

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La performance inaugurale sarà domenica 17 giugno alle 18:00.

Galleria Salvatore Lanteri, via Venini 85!!!

Music by Eurocrash.

Soundscape by Jacopo Panfili e Sockslove.

Con la partecipazione di Fil Fanf, Vicky Starddust, Agape Fenice, Paolo Nuzzolo e Toni Pandolfo.

Wine by ASTORIA

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